Non avevo mai considerato l’omicidio un reato. Soprattutto, non lo consideravo tale se l’ordine di uccidere qualcuno mi veniva imposto dall’alto, da quadri dirigenziali che io non potevo conoscere, certo che l’ardore sacro dei dirigenti di partito e il senso di giustizia che li animava bastavano a rendere severo ma corretto il mio atto. Dopotutto, quanti omicidi e deportazioni erano stati perpetrati nella vecchia urbs portuale di Pola all’ombra dell’Anfiteatro mollemente adagiato sulla sabbia della costa istriana, e quanti accoltellamenti i bizantini avevano silenziosamente eseguito tra il colonnato regolare del Tempio di Augusto nella splendida piazza del municipio? Chi ero io, se non uno delle migliaia di faccendieri che lavoravano per conto del governo comunista di Tito e che avrebbero fatto di tutto per un posto più in alto nella tetragona gerarchia burocratica jugoslava? Dormivo il sonno dei giusti, rasserenato eticamente dalla visione leninista di una società futura senza né oppressori né oppressi. Gli squallidi borghesi italiani, grigi come i topi che popolavano il basamento dell’arco dei Sergi durante la guerra, sarebbero stati spazzati via uno ad uno. Ci eravamo convinti di ciò nell’utopia di un’Europa egualitaria dove il proletariato sarebbe stato l’ultimo imperatore prima dell’Eden di una società senza classi.

Ecco che la miseranda Pola, da sempre cerniera sontuosa tra Occidente ed Oriente del mondo, punto invisibile quanto nevralgico dove modi di pensare diametralmente opposti si erano scontrati con ferocia, sarebbe diventato meta di arrivo, o partenza, di un mondo nuovo, dove i motivi che avevano causato anni di efferatezze sarebbero per sempre venuti meno. No, non mi pentivo di quello che facevo. Respingendo fuori dall’Istria gli italiani che si dimostravano recalcitranti ad abbracciare la causa comunista, mi guadagnavo denaro e reputazione, flussi costanti che entrambi provenivano dal capo della polizia jugoslava istriana, il famigerato Boris Bencic. Per metà croato e metà bosniaco, considerava la purezza del mio sangue di Zagabria un valore confortante alla luce delle migliaia di mezzosangue o di sedicenti tali di cui era popolata la penisola, ormai ricolma di persone che affermavano di essere il contrario di ciò che erano effettivamente.  

Amavo l’Istria per la ruvidità, terra aspra inondata dal sole che si infiltra nelle centinaia di insenature che la penisola possiede, da quella selvatica di Portalbona alla ferita acquatica del canale di Leme. Detestavo che un paradiso naturale del genere venisse ancora sporcato dalla puzza degli italiani, che per anni ci avevano vessato con l’arroganza e la presunta superiorità della razza. Ma quale superiorità? Gente squallida senza spina dorsale che negli anni della guerra aveva seguito il mastino tedesco e senza il quale non avrebbe saputo conquistare un ettaro di terreno. Pola era lorda di vermi italiani striscianti negli appartamenti di Vidikovac e del centro storico. 

Compito della mia pattuglia paramilitare era ispezionare ogni loculo, ogni anfratto e via della città per cercare tracce di una qualsivoglia forma di illegittimità di un italiano a risiedere su suolo jugoslavo. Non potevamo semplicemente mandarli via senza un’accusa ben precisa. Fummo spietati e calcolatori come i precedenti dominatori nazisti ci avevano insegnato nostro malgrado. Dopotutto, i nostri corpi polizieschi, di cui io ero uno dei comandanti, dovevano molto di più in termini di intelligence alla Gestapo tedesca che non alle rammollite teste calde fasciste, sempre sbronze ai crocicchi delle strade, amanti indefessi delle donne e delle poesie di D’Annunzio. Fummo pertanto razionali imparando gli errori e le cose ben fatte dagli oppressori che ci avevano preceduto. Il problema consisteva dal fatto che Pola era stracolma d’italiani, i quali rappresentavano di gran lunga la percentuale più alta delle etnie presenti. Nelle altre realtà più settentrionali, ad Umago, Cittanova, Parenzo, era più facile mandarli via, perché per ogni nucleo italiano il governo aveva pronta gente jugoslava che veniva dal profondo dell’est e non vedeva l’ora di ascoltare il rumore del mare per la prima volta nella sua vita. 

A Pola non potevamo neanche immaginare di agire così, altrimenti avremmo spopolato interi quartieri e costretto un cruciale porto di mare, indispensabile per la nostra economia, a diventare una città fantasma. Dapprima quindi colpimmo senza indugi le famiglie più ricche, coloro che possedevano le ville fastose, gli alberghi, le banchine portuali, le navi. Con loro era più facile trovare dei cavilli legali per incastrarli perché le attività commerciali che detenevano li costringevano a dotarsi di documenti per proseguire. Li facemmo impazzire per settimane, chiedendo con sempre maggiore regolarità timbri che dimostravano l’acquisto di una macchina del caffè, o sequestrando merci alimentari per i ristoranti italiani dichiarandole avariate. Ovviamente, le derrate venivano mandate ai camion slavi che le portavano nell’entroterra croato passando da Fiume. Ci piaceva pensare che, ad esempio, mio cugino di Karlovac avrebbe mangiato carne italiana ritirata a quegli imbecilli. Lui come migliaia di altri onesti croati moriva di fame mentre gli italiani ingrassavano a dismisura. Questo era uno scempio non solo per noi comunisti, ma per l’umanità intera. 

Per poter gestire le operazioni dal centro città ci installammo nel lussuoso albergo Roma, un vero cazzotto in faccia alla povertà, dotato di camere con aria condizionata e finestre inginocchiate di marmo policromo. L’hotel dava sfrontatamente la faccia al mare; il proprietario, un certo Stringari, aveva provocatoriamente fatto scolpire i leoni di San Marco sulle modanature del tetto; molto in alto, in modo che gli sciacalli slavi non potessero distruggerli nella notte come avevano fatto con gli ornamenti del palazzo al piano terra. Lo aveva fatto costruire subito dopo la Prima Guerra Mondiale accanto alla Concattedrale della Beata Vergine, con il campanile staccato dal corpo della chiesa e quasi conficcato nel mare.

Non potevamo di certo prendercela con le chiese per ora, anche se avremmo voluto, perché quei pochi slavi che stavano nei dintorni erano ferventi cattolici e avrebbero abbandonato anch’essi la città. Né distruggere l’enorme Colosseo romano, anche se disturbava la vista per la grottesca somiglianza con l’Anfiteatro Flavio della capitale laziale : avevamo ordine diretto da Tito di non toccare le vestigia dell’antichità. Pola aveva un’anima viva, multicolore nelle ocre dei tetti e nelle vernici blu e gialle dei palazzi. Giorgio Sepich era pescatore dell’Adriatico, possedeva un peschereccio con cui raccoglieva sgombri e orate nel pescoso mare del golfo di Venezia. Rino Mariani vendeva nel suo negozio libri in tutte le lingue dell’ex impero austroungarico, dall’ebraico al polacco, dal tedesco al veneziano. Clarissa Vidic faceva la lavandaia in una piccola stamberga proprio vicino al Colosseo, sfruttando il sapone di Marsiglia che proveniva dal grasso dei maiali per detergere le divise degli ufficiali comunali della città. Gaetano Rossi spacciava frutta e verdura al minuto, girando con il suo carretto per le vie lastricate del centro, su e giù dall’arco Romano fino alla cattedrale di Sant’Antonio. Tutto un popolo brulicante di gente più o meno per bene che tirava a sbarcare il lunario, né più né meno rispetto a quello che succede in qualsiasi altra città del mondo, dove l’uomo lavora per scopare, arricchirsi, ambire ad una posizione migliore, fare figli, spassarsela o invecchiare. 

Lo Stringari ci propose di risiedere nelle camere dell’attico, quelle più spaziose con le finestre che davano sulla maggior porzione di strade. A portare su le valige della squadra fu la figlia dello Stringari, Alice, una ragazza acqua e sapone di una bellezza candida, limpida come le acque dell’Adriatico, ma fastidiosamente italiana nei tratti, maniacale nell’intrecciarsi i capelli e nel buon gusto del vestirsi. Non aveva niente dei sobri tratti popolari delle donne di Zagabria, ombreggiate da una drammaticità olimpica che le faceva assomigliare a dee dell’antichità greca. Nonostante ciò, coglievo occhiate sibilline dei miei uomini nei suoi confronti, che subito smorzavo con il mio sguardo d’acciaio. Non permettevo a nessuno di torcere un capello a donne, anziani e bambini. Il nostro compito era scovare e rimpatriare: mi consideravo un arcangelo venuto dalle foreste croate per detergere la mondanità dalle nostre coste. Nel cuore mi batteva l’ardore della purezza, diabolica ma pur sempre casta. 

Durante il pernottamento presso l’hotel Roma, un paio uomini della mia squadra sottrassero senza dirmi niente delle posate d’argento dal salone dei ricevimenti. Mio fratello Mitja, guardia del corpo nonché prezioso consigliere, li scoprì entrambi: il primo era Radko Ilicic, un ex soldato della Guardia Civile di Lubjana, che parlava croato con accento demenziale, sospettato di collaborazionismo con i nazisti durante l’occupazione. Il secondo, di marca ancora peggiore, si chiamava Sinisa Stramic, serbo di Banja Luka, un bastardo ortodosso che sputava da tutte le parti e bestemmiava contro Cristo e la Croazia fin da quando era bambino. Entrambi fecero la fine che meritavano, li declassai e li rispedii dove il Comitato Centrale li aveva trovati. Pensai che anche Il partito Comunista Jugoslavo compiva errori grossolani, e sarebbe stato meglio se questo fosse stato in mano ai croati piuttosto che ai serbi. In ogni caso, il mio manipolo dopo l’epurazione era rimasto di stalloni purosangue provenienti esclusivamente da Zagabria e dintorni, solidi fedeli croati cattolici dai capelli a spazzola.  

Stringari si era dimostrato ossequioso fin dall’inizio con noi, rifornendoci dei migliori viveri, forse sperando di essere risparmiato dai rimpatri. Cercai di fargli capire che se avessimo rispedito a casa tutti gli altri italiani lasciando lui e la famiglia, non avrebbe comunque potuto lavorare e sarebbe emigrato alla fine dell’esodo.  

“ Ma questa è casa mia, capitano “ gemeva sommessamente sopra i baffetti neri impomatati “ dove potrò mai andare lontano da qui? “ 

“ Ha presente l’estensione dell’Italia, Stringari? È più o meno grande trenta volte l’Istria, e molto più ospitale. Troverete sicuramente un posto dove stare e tornare a prosperare. Siate realisti: questa terra non vi è mai appartenuta.”  “ Vi chiamate partigiani, liberatori dalle oppressioni dell’uomo sull’uomo” inveì “ ma siete soltanto usurpatori della storia. E la storia un giorno vi condannerà. L’Istria appartiene agli italiani.” Mi piaceva quello spirito battagliero, sarebbe stato un ottimo guerrigliero, quantunque canuto, fra le montagne dinariche contro la Wermacht.  “ Vi sbagliate, Stringari. La cortina di ferro è calata sull’Europa, qui siamo nel mezzo. Ponte tra est e ovest del mondo, scontro ideologico ed etnico tra popoli totalmente diversi. L’Istria è di chi la occupa con la forza, e l’occupazione di fatto rappresenta i tre quarti di un’occupazione di diritto, come afferma il nostro generale Tito.”  

“ Vi volete sbarazzare di tutti noi, ma siamo più di diecimila. Spopolerete un’intera città, non riuscirete mai a farla tornare quello che era un tempo.”  

“ Anche qui vi sbagliate. Ci vogliamo sbarazzare solo delle persone più agiate, di chi ha il denaro, il potere o l’ambizione di afferrarlo. I nemici del popolo sono gli sfruttatori, chi detiene il capitale, gli ufficiali militari, gli operatori statali, il clero, la borghesia. Libereremo il popolo italiano da voi oppressori, e ci ringrazierà, eccome se ci ringrazierà. I contadini e i pescatori ci supplicheranno in ginocchio di diventare cittadini jugoslavi.”  

“ La supplica e la cittadinanza sono due termini che stridono nella stessa frase.”  Avrei potuto continuare la disputa per un altro po’, altalenandola tra il pungolo ideologico, di censo o etnico. La realtà era che gli italiani avevano i giorni contati nella penisola, e io lo sapevo perché Bencic mi aveva confessato che il distacco del maresciallo dalle posizioni sovietiche staliniste aveva attirato l’interesse delle potenze occidentali, chiudendo un occhio sulle rappresaglie titiste sui territori irredenti. In altre parole, eravamo liberi di agire indisturbati tra le strade di Pola senza incorrere in sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Tuttavia, mi sbagliavo di grosso sul conto dei poveri, che si sentivano italiani nel midollo e non sarebbero passati felicemente alle nuove disposizioni. Ci guardavano con facce bovine, incrociando le braccia e scuotendo la testa al nostro passaggio per i campi come si guarda una torma di appestati.

La muta ostilità dei colletti bianchi italofoni rappresentò per un bel pezzo un muro di gomma contro cui rimbalzavamo. Per quanto alzavamo le tasse, loro lavoravano il doppio per sfamare le famiglie. Per quante documentazioni chiedevamo, le producevano perdendo intere giornate solo per sfidarci su un terreno, quello burocratico, dove erano infinitamente più esperti di noi. Non potevamo affamarli, perché i pescherecci, le navi, ogni più piccola bagnarola era guidata da un esperto marinaio italiano, discendente diretto dei veneziani che un tempo signoreggiavano indiscussi per il mare nostrum. 

Decisi di ricorrere quindi all’unica arma dove gli slavi potevano avere una marcia in più: la violenza. Per cominciare, fomentai dei giovani studenti universitari croati (ungendoli a dovere con un paio di decine di dinari e qualche bottiglia di Malvasia) per aspettare i giornalisti della Stampa italiana fuori dalla redazione. Due di questi vennero brutalmente picchiati in pieno giorno e derubati dagli studenti armati di tirapugni. Uno di loro appose un cartello di legno con una corda al collo del malcapitato svenuto. Sul cartello c’era scritto con la vernice: “ W Tito. “ La folla che si apprestava a fare cerchio attorno non si azzardava ad aiutarli per farli rialzare, ma squadrava gli studenti in cagnesco. Giungemmo con la camionetta a sirene spiegate, disperdendo i curiosi e sparando in aria con i kalashnikov per infiammare il terrore. Nello stesso giro distruggemmo con una granata la vetrina di un commerciante ebreo di stoffe, tale Ibrahim Maggini, un vecchio barbuto che pareva uscito da un bar mitzvah. Rovinammo il bel locale in mogano dando fuoco ai tessuti provenienti da Israele perché ormai i fascisti erano sconfitti, e i veri nemici rimanevano chi quei fascisti li aveva battuti veramente nelle battaglie armate e nelle querelle socio-culturali. Massoni, democratici, azionisti, cattolici, monarchici, l’intero fronte antifascista e anticomunista rappresentava oggi un pericolo ancora maggiore della destra nazionalista, perché con il passare degli anni, quando ci si sarebbe scordati della carneficina che massacrò l’Europa intera, avrebbero potuto contendere al socialismo l’agone politico.

Anche su questo frangente, le disposizioni di Tito erano state chiare. Dopo l’episodio del giornale gli italiani cominciarono ad avere timore del mio nome, e ad aspettare la venuta della stella rossa dipinta sul furgone che mi trasportava come quella di un arcangelo vendicatore, errabondo come Attila, spietato come Himmler. Cominciammo poi a chiudere gli uffici comunali italiani, dall’anagrafe alla ragioneria, attraverso capziosi artifici legali. Rimpatriammo i dipendenti che vi risiedevano da anni prima di dare alle fiamme la memoria storica che da centinaia d’anni si era incistata come un fungo tra le viscere istriane. Bruciammo i libri della biblioteca, dove erano custodite, tra i volumi preziosi, una copia a tiratura limitata dell’Orlando Furioso e le Odi Barbariche di Carducci vergate di pugno. 

Per gli italiani si profilavano due opzioni: il viaggio diretto verso la costa veneta attraverso la lugubre nave Toscana, Caronte mastodontico dal nome beffardo la cui pancia mangiava famiglie intere di cittadini benestanti che lasciavano tutto; oppure c’era la strada più dolorosa, per chi non poteva permettersi il prezzo del biglietto via mare. I più poveri scelsero di essere spediti su un treno merci che li menava a Trieste, e arrivati qui venivano stipati in un campo profugo che somigliava ad un silos di automobili. Da qui il destino era incerto, perché i mesi di detenzione potevano prolungarsi a dismisura, ma anche per chi rientrava in Italia cominciava un lungo calvario fatto di campo in campo, di rifugio in rifugio, dove la fame si alternava alla diffidenza di un popolo in ginocchio che aveva poco per sé, figuriamoci qualcosa da spartire con dei connazionali che neppure sapevano di avere.  

Ogni giornata era scandita da sequestri, pestaggi e rimpatri. Il problema seguente fu tentare di sostituire le copiose sacche di quartieri rimaste vuoti con altrettanta popolazione slavofona. Contattai Bencic al telefono per avere disposizioni, e dopo un attimo di esitazione mi ordinò di intercettare i treni di sloveni che fuoriuscivano da Trieste per il medesimo, opposto motivo. Laggiù gli slavi subivano dagli italiani lo stesso trattamento che noi riservavamo loro a Pola. Occhio per occhio, pensai. Ottenuta la soffiata dal comando, partimmo con le camionette alla volta dell’imbocco del canale di Leme, dove l’acqua del mare faceva il suo ingresso sinuoso in una baia sbattuta dal sole e gli ostricai facevano il loro bel mestiere guadagnandosi la paga. La ferrovia passava sopra l’inizio della serpentina d’acqua che si ingrossava verso l’Adriatico: pareva acqua dolce che defluiva, non acqua salata che entrava, ma ormai mi ero reso conto che in Istria tutto funzionava al contrario, persino la natura, dato che la terra qui era talmente dura, roccia carsica a prova di piccone, che non era buona nemmeno per seppellire i morti. Eppure a me piaceva così. Fermammo la carovana in direzione Fiume piena di sloveni, li facemmo scendere e li squadrammo. La maggior parte di loro erano contadini dalle camice sgualcite che parlavano un dialetto terribile e puzzavano di fieno. Evitai di sorridere e di farmi notare dai miei uomini, ma pensai che se quello era l’esercito della liberazione che avremmo schierato nella battaglia totale contro il capitalismo, saremmo andati ben poco lontano. E a tutti gli effetti il trapianto di popolo a Pola, la sostituzione chirurgica tout court venne in parte rigettata, come un organismo rigetta un organo che non sente suo. Provammo a distribuire questa massa di zotici nei negozi lasciati vuoti dagli italiani, ma era già una difficoltà per noi croati comunicarci senza equivoci, figuriamoci insegnar loro un mestiere completamente nuovo, in una nuova città. Gli sloveni di Pola furono considerati fin da subito un pericoloso tumore sia dalle forze dell’ordine che dagli italiani rimasti, perché scapparono ben presto dalle attività commerciali per andare a rubare nelle case abbienti e compiere furtarelli qua e là. Non fu di certo un gran risultato, e quando lo comunicai a Bencic mi scaricò la colpa addosso, come se fosse stata mia l’idea di trasferire i trogloditi sloveni. All’Hotel Roma, dove tornavamo ogni sera, il vecchio Stringari e la figlia assistevano impassibili a questa maldestra operazione, cercando di rinfrancarci. C’era pure il giovane fratello appena diciottenne di Alice, Mario, l’unico che parlava croato con le mie guardie e che aveva fatto amicizia con loro. La madre era maestra elementare e aveva insegnato al giovane un po’ di sloveno e un po’ di croato, mentre Alice si era sempre rifiutata di accettare il benché minimo ingresso della cultura slava nella testa.

Lo Stringari e io giocavamo infinite partite di scacchi nel boudoir dell’hotel, mentre una piccola orchestra d’archi ci allietava la partita. Tra una mossa e l’altra mi raccontava le storie dei musicisti, vantando di tutti loro la provenienza italiana: “ Vedete il violinista? Quello era primo violino al Teatro Olimpico di Vicenza. Il contrabbasso ha suonato a New York sotto la direzione di Toscanini. Voi sarete pure ottimi soldati, ma i migliori maestri di musica al mondo ce li abbiamo noi italiani.” “ Ve lo concedo, è la verità” sorridevo. Forse erano gli unici attimi di serenità che ci godevamo entrambi, presi com’eravamo uno dalla foga di fare il proprio dovere bene e veloce e l’altro dalla necessità spaventevole di salvarsi la pelle.  

“Vede” riprendeva, stirandosi i lunghi baffi bianchi con l’indice e il pollice stretti a pinza “potrete toglierci tutto, mandarci via di casa, cancellare le nostre aziende, sottrarre il denaro che abbiamo risparmiato per i nostri figli, derubarci le carte d’identità e spedirci in un paese, l’Italia, che in fondo conosciamo molto meno di questa piccola penisola. Ma non potrete mai toglierci le canzoni, quella raccolta di testi tramandati dagli armatori veneziani in quattrocento anni, la letteratura che parla della frastagliata geografia dell’Adriatico Orientale, gli stracotti di bue o il Tocai giuliano. Tutto il concentrato culturale non morirà, forse salterà una generazione o due, ma rispunterà fuori più forte di prima.”  La cultura era un fattore che mi dava fastidio: quanto aveva penato il mio partito per sostituire il millenarismo marxista, l’idea del decantato paradiso in terra, alla bieca e bigotta visione cristologica che vigeva nella penisola balcanica? “ La gente ha aperto gli occhi, Stringari. Queste credenze di cui parlate rappresentano strofe magiche campate in aria, inutili appendici sovrastrutturali che verranno anche qui, come nel resto della Jugoslavia, soppiantate da un più salutare realismo.” Parlavamo per ore come due filosofi dalle opposte concezioni, scontrandoci verbalmente anche sul piano religioso. Si poteva dire che ai confini del mondo si stavano affrontando, davanti a una scacchiera, le due culture inconciliabili dell’animo umano. Spesso lasciavo che l’avesse vinta sulle idee socialiste, confidando sul fatto che alla fine della nostra operazione il bolscevismo si sarebbe sbranato anche il suo hotel. 

Per questo permettevo pure che i miei compagni di grado più basso fraternizzassero con la servitù. Darko Kovac, il luogotenente e capitano in seconda, insegnava al giovane Mario a sparare. Salivano in cima al tetto, dove il vento gelido proveniente dai contrafforti di Venezia scompigliava i capelli e inumidiva la faccia. Darko faceva imbracciare il fucile sulla spalla a Mario, puntando il mirino verso l’Italia.  “Nelle giornate più limpide, Mario, si riesce perfino a vedere la cupola della Basilica di San Marco. Prova a puntare in quella direzione.” 

Ivan Micich, il sergente più giovane della brigata, si era preso una cotta per la rossa Antonietta Stefani, la ragazza delle pulizie. Lasciai correre quella simpatia in quanto coinvolgeva un basso grado militare, ed in fondo Micich non era una pistola così precisa né un fanatico della causa socialista. A lui importava solo godere del momento. Faceva numero, ma non avrei potuto contare su di lui nei momenti difficili. Durante le ore di permesso uscivano al bar davanti all’albergo a bere birra, portandosi dietro il fratello di lei, Walter. I tre facevano a gara a chi beveva di più e sembravano fregarsene del mondo diviso in blocchi, di Hiroshima, di un’Europa in macerie da ricostruire.  

Alice si faceva in quattro per servirci la sera i piatti migliori, cercando di non farci mancare nulla. Regolarmente, mi lasciava entrare in cucina per aiutarla a lavare i piatti. Era una cosa che facevo da piccolo, nei sobborghi di Zagabria, quando davo una mano alla mamma: “ In famiglia eravamo cinque tra fratelli e sorelle, ed io ero il più grande” spiegavo ad Alice mentre il sapone si mescolava sulle mani e l’acqua calda mi intorpidiva i polsi lasciandomi una dolce sensazione di calore “ vivevamo in una catapecchia di legno, mio padre faceva l’operaio nelle fonderie di Velika Gorica e tornava tardi la sera, unto di grasso e nero di fuliggine. Ero io che aiutavo a svestirlo, insaponarlo e lavarlo: era talmente estenuato, poveretto, che spesso non riusciva nemmeno a togliersi la tuta da lavoro. Poi gli davo da mangiare, imboccandolo e rassettando la cucina a fine pasto. Ero io l’uomo di casa.” 

“ Non dev’essere stata un’infanzia facile” ammise Alice “dove sono ora i suoi fratelli?” 

“ Mia sorella Katia è sposata con un bancario e vive a Zagabria. Bada a due figli e a nostra mamma, che non vedo ormai da più di un anno. Mio fratello Mitja è qui con me, ha servito con onore nell’esercito di Liberazione della Jugoslavia. “ 

“E gli altri due?” 

“ Uccisi dai fascisti, trucidati con la baionetta durante la guerra. Avevano avuto solo l’ardire di difendere delle donne ebree che stavano per essere deportate nel campo di concentramento di Dachau. A me e Mitja giunse la notizia mentre eravamo nascosti nei boschi di Basovizza, lungo la linea del fronte. Ci ripromettemmo che avremmo cacciato l’usurpatore fino all’ultimo uomo. “ 

“ Quanto sangue è stato versato per l’Istria, capitano? “ Mi incalzò; notai che le si inumidirono gli occhi “ questa terra non sarebbe così piccola per ospitare tutti quanti in pace?” Forse insinuava o sperava che avrei lasciato loro l’albergo.

Forse chissà, aveva ragione, alla fine di tutto sarei potuto anche diventare clemente. “Non lo so sinceramente, Alice. Ma l’odio ha l’unico effetto di generare altro odio, in una spirale che è difficile da arrestare. Si può mettere un tappo ad una pentola a pressione, ma prima o poi l’acqua strabocca dai lati. Noi slavi siamo convinti che i nazifascisti ci abbiano massacrato impunemente senza motivo, ed è verità: voi italiani ci avete seviziato in mille modi prima della guerra; Hitler ha fatto anche di peggio, trattandoci come trattava tutte le popolazioni annesse ai tedeschi, dei subumani. Ora che abbiamo vinto lo scontro, sarà ben difficile placare la nostra ira.” 

“ Parlate al plurale ma non credete in quello che state dicendo. Ve lo leggo negli occhi!” 

“ Quello che penso io è puerilmente irrilevante. Occorre pensare come collettività, occorre pensare al popolo della Jugoslavia. Se il suo bene è restituirgli la terra perduta, questo è il mio obiettivo vitale e non lo discuto.” Finiti di lavare i piatti, diedi la buonanotte e mi congedai, cercando di rimuovere la conversazione. Non riuscivo tuttavia a dormire. Svegliai Mitja che mi fissò con occhi di baccalà. Sembravo averlo spaventato. Gli chiesi di seguirmi sulla terrazza; di notte, le luci dei lampioni tremolavano al vento di bora che increspava, poco davanti a noi, il mare di bianco. Una lunga distesa violacea che non avevamo mai visto prima della guerra, e che ci era divenuta successivamente giocoforza estremamente familiare. Respiravamo a pieni polmoni l’aria del salmastro.  “ Guardando il mare trovo la pace, fratello. “ gli dissi 

“ Beato te. Io vedo il crimine ovunque. Da quando i nostri fratelli non ci sono più, credo solo nella fine. “ 

“ Mi dispiace che la pensi così. L’esercito di liberazione ci ha dato tanto, la speranza di un mondo migliore sulla terra, il proletariato che rialza la testa e gode degli stessi diritti della borghesia.” 

“Tutte stronzate, Dimitri. Esiste solo la legge del più forte. Ieri erano più forti i fascisti, oggi siamo più forti noi. Domani chissà. Le idee vengono sempre in ritardo, a giustificare le rapine e i collassi economici di cui la colpa è dello stato. Sempre. il popolo soffre sempre in silenzio.” 

“ Spero che non sia come pensi tu. Vuol dire che il comunismo gioca la sua missione invano. Ti ricordi quando dormivano al freddo sulle pendici del Monte Nevoso, in Illiria?” 

“L’inverno del ’44. Non lo dimenticherò finché campo.” 

“Bene. Ci giurammo che se avessimo vinto i nazisti su quelle montagne non ci sarebbero state più stragi di bambini, donne sgozzate o vecchi strangolati. Abbiamo sognato in quell’inverno una società migliore, più giusta. Non facciamo morire il sogno, vecchio mio. Facciamolo per dare un futuro più roseo, senza guerre, ai nostri figli.” “ Comincia a sbiadirmi in testa quel sogno, Dimitri. Ma non vedo mia moglie e mia figlia da quasi un anno. Veniamo di finire quello che abbiamo cominciato e torniamocene a casa. Bencic non potrà certo negarci il ritorno, dopo quello che abbiamo fatto per la Jugoslavia.”  

Le operazioni, nonostante il cinismo di mio fratello, presero una piega migliore. Un obiettivo cardinale fu intimidire i maestri di scuola. Ci dirigemmo con le armi in pugno in una scuola elementare e facemmo irruzione nel bel mezzo di una lezione, arrestando gli insegnanti con l’accusa di tentativo di rivolta antibolscevica. Li sostituimmo con alcuni agenti infiltrati trasformati ad arte in professori, anche questi prelevati casualmente dalle lande più interne dell’Herzegovina e della Krajina. Inizialmente i bambini non capivano niente, neanche i sostituti si capivano fra di loro: chi parlava bosgnacco, chi croato, chi serbo, chi scriveva in cirillico, chi in alfabeto

latino. Avevamo creato lo scompiglio generale, e tanto mi bastava. Facevo mie le affermazioni di Stringari e le rovesciavo: uccidendo la cultura italiana, avremmo estirpato alla radice il revanscismo. Con il tempo gli allievi impararono a parlare e scrivere nelle più svariate declinazioni dello slavo, e vennero educati alle regole socialiste del non possesso dei beni privati, della collettivizzazione delle industrie e delle imprese agrarie. Dante, che veniva studiato fin dalla tenera età dagli studenti per aver citato Pola nella Commedia, venne abbandonato e sostituito con la meno pericolosa letteratura russa, tanto lontana che nessuno si sarebbe mai preso la briga di andare a visitare i luoghi che venivano descritti nei libri. 

Il parco accanto alle rovine di San Teodoro venne intitolato a Tito, che in Jugoslavia era adorato come un dio terreno: feci venire un’impresa di genieri militari per erigere il sontuoso monumento a lui dedicato; un groviglio di statue di granito, attorcigliate l’una all’altra come gli armigeri della battaglia di Cascina di Michelangelo, si snodavano muscolari ora sullo sfondo degli abeti, sormontate da un milite trionfante con il braccio alzato sopra il despota fascista. Un totalitarismo sopraffatto da un altro: durante l’inaugurazione, gli italiani che presenziarono mi guardavano di nuovo in cagnesco, stavolta con occhi carichi di rabbia.

Era questo l’effetto che volevo sortire: l’ira produce fretta, la fretta avrebbe prodotto un passo falso nelle eventuali rimostranze di ciò che rimaneva di loro. Era impossibile che non si nascondessero delle milizie armate. Non sapevo quantificarle, ma sapevo che c’erano. Puntai a scovarle: reclutai personalmente altri scagnozzi, degli scavezzacollo che pagammo con le requisizioni forzate: li inducemmo a imbrattare con la vernice le vetrine dei negozi italiani rimasti, scrivendo “Italiani di merta” perché non conoscevamo esattamente le parolacce. L’effetto risultò comico, e all’acredine nei nostri confronti si aggiunse il dileggio. Sentivamo comunque di avere in pugno la situazione: le navi che arrivavano in porto continuarono a riempirsi di fuggiaschi che, con il favore della notte, caricavano i carriaggi con le masserizie e si dirigevano nelle pance di ferro, salutando

per l’ultima volta quelle antiche vestigia latine che non avrebbero più visto. L’estrema sconfitta dell’impero romano si riverberava nella ritirata scomposta dei discendenti di coloro che avevano conquistato, un tempo, il mondo conosciuto. Le case si svuotavano, o almeno così a noi sembrava. Chi non sceglieva il mare, veniva gentilmente accompagnato alla stazione dai calci dei nostri fucili verso l’ultimo treno che portava al silos di Trieste.

Nel frattempo le conversazioni con Alice proseguivano. Ormai era diventata tappa fissa, quando tutti se n’erano andati a dormire, bere insieme il bicchiere della staffa e raccontarci a brani le nostre vite. “ Mia madre, la maestra, è morta quando avevo diciassette anni” le sopracciglia ad arco le si aggrottavano un po’ quando diceva il nome madre “ non a causa della guerra né della fame.” “Cosa le era successo?” “ Un tumore alla gola. Nel giro di poco tempo ci ha lasciati. Nostro padre si è rimboccato le mani più di prima per non farci sentire la sua mancanza, ma ogni giorno senza di lei è come una pianta che nasce morta. I colori hanno perso il suo fascino. Mi fa sorridere il pensiero che lei si sentiva asburgica; il padre era viennese, inviato qui in qualità di ufficiale di marina. Da ragazza era convinta che l’impero avrebbe vinto la prima guerra mondiale e che l’Istria e la costa dalmata restassero saldamente in mano austriaca.” “Niente di più sbagliato.” “ Bè, non saprei. Gli asburgici sono stati dominatori gentili, ci hanno sempre lasciato fare a quanto mi diceva lei. Il nonno fu addirittura entusiasta quando seppe che voleva sposare un italiano. Le impose soltanto che fosse un uomo dabbene e benestante, e diede il suo consenso senza batter ciglio.” 

“ Sempre attaccati ai soldi gli austriaci. Bella fine che hanno fatto.” Cominciavo a provare simpatia per Alice. Mi stuzzicava l’idea che avrei potuto salvare la sua famiglia compiendo un’azione di misericordia: il pensiero che avevo pieno potere su di loro mi divinizzava riempiendo di boria il mio ego, che cresceva a dismisura ad ogni nostra operazione di successo nella città e al terrore che incuteva il mio nome tra gli italiani. 

Chi aveva un mucchio di quattrini per la causa socialista erano i preti. Da ultimo ci dirigemmo contro di loro, facendo irruzione nell’antico convento di San Francesco. Uccisi personalmente l’abate Broncic, un gesuita dalla voce flebile che non aveva mai fatto male a nessuno, solo perché avrebbe potuto rappresentare un pericoloso centro nevralgico di una futura resistenza. Non mi implorò di risparmiarlo, anzi chiese di fare in fretta, perché nell’alto dei cieli lo aspettava il Regno di Dio. “ Aspetterai a lungo, marrano” gli risi in faccia prima di impallinarlo sulla fronte. Appendemmo il suo corpo alla colonna per tre giorni e tre notti, finché i gabbiani non gli volteggiarono intorno per divorarselo. Una sera, mentre rientravo da una ronda notturna con un manipolo di uomini, udimmo dei passi dietro di noi. Pensammo a dei cani, quando all’improvviso ci furono addosso: un gruppo di cinque italiani armati di forcone ci aggredì ferendo due dei miei. Per fortuna accorse un’altra ronda a darci manforte, altrimenti forse saremo stati spacciati. Catturammo questi barbari che avevano osato tanto. Finalmente avevo trovato i sediziosi che cercavo. Erano così pochi? Bella resistenza armata. Emisi una risata fragorosa quando li mettemmo in ginocchio, sotto la luce bieca della luna, i volti barbuti e secchi di chi non mangia da molto tempo. “ Le forze dell’armata italiana si sono dunque palesate!” Esclamai raggiante “Temevo di aver a che fare con un popolo di rammolliti. Alla fine avete dimostrato un po’ di spina dorsale.” “ non ci divertivamo neanche un po’, capitano.” Aggiunse Darko. “Che ne facciamo? Gli spariamo in faccia?” “perché sprecare munizioni con questi puzzolenti cadaveri ambulanti? Non sono blasonati chierici né ricchi burocrati, non meritano un dinaro di pallottola. Ho una soluzione migliore per loro.” 

Li prendemmo per il collo e li caricammo sulla camionetta. Mitja, che guidava, sapeva esattamente cosa fare senza che gli dicessi niente: portò il mezzo fuori città, addentrandosi dapprima nei quartieri popolari, poi uscendo nella campagna in mezzo alle capre e agli arbusti, in una vegetazione scarna, disadorna. Scarrozzavamo sulla Luna. Lievi colline facevano salire ed abbassare il cassone posteriore, senza troppi sbalzi perché le sospensioni le avevo fatte aggiustare subito dopo la guerra. Ci addentrammo in una zona carsica, dal terreno calcareo friabile, come ce ne sono tante dal Friuli alla Carniola. Ordinai di fermare il camion presso un avvallamento dove la terra si faceva marnosa e si sentiva lo scroscio di un fiume sotterraneo. Mitja spense i fari abbaglianti e scendemmo tutti, inoltrandoci a piedi di fronte ad un inghiottitoio dove nei secoli l’acqua aveva franato la roccia creando un buco di grande profondità, una saracinesca naturale. Tutto intorno si stagliavano, tozze e convesse, le casite di Dignano, le tradizionali Kazuna in muratura a secco che punteggiavano l’Istria e la Dalmazia mediterranea e che l’accomunavano con tanti edifici di agricoltori del sud Italia. 

“ Ci venivo sempre a giocare da ragazzo con i miei amici qua” disse gelidamente Darko squadrando il sottile foro nero che pareva fissarlo nella sua obliqua sottigliezza “ le mamme ci raccontavano di non venirci perché il diavolo sarebbe uscito dagli sbocchi a inghiottirci gli occhi. Noi però sfidavamo la paura e ci venivamo lo stesso. Se ci venivano a prendere infuriate ci nascondevamo nelle Kazuna, attirandoci le arrabbiature dei contadini. “ “ Ma quella paura Darko non ti è mai passata eh?” lo incalzò Mitja ridendo ed accendendosi una sigaretta. I cinque italiani tremavano di terrore, credo che avessero intuito le nostre intenzioni. Ivan Micich se ne stava in disparte, gli occhi terrorizzati che fissavano il più giovane, anch’egli nel panico più assoluto. Sudava freddo e aveva l’aria di chi si è trovato per caso sul patibolo. Mi accorsi che si guardavano, mi chiesi se si conoscessero, forse da qualche parte quel bellimbusto l’avevo visto anch’io. 

“ Dite le vostre preghiere, cani rognosi!” urlai. “Dov’è il vostro Dio adesso? Se è potente e misericordioso, verrà a salvarvi in fondo alla fessura, vi accoglierà a braccia aperte evitando che vi rompiate un osso. “ “ Oppure spaccandovi direttamente la testa” aggiunse Mitja “si dice che se non si muore subito nella caduta e ci si fa solo del male, là dentro si muore di fame, e ci si mette settimane. “ “ Non di sete, fratello?” “ è l’acqua che crea questo spettacolo della natura, capitano, impregnando la roccia e riaffiorando nel sottosuolo. Senza l’acqua, il fenomeno non si creerebbe. “ Annuii con decisione. “Avete dieci secondi per dirci se agite da soli o rispondete ai comandi di qualcuno. Se non parlate, morirete.” Ovviamente non dissero niente. Non volava una mosca. Feci cenno allora a Mitja con la mano, ed uno ad uno, lentamente, gli sfortunati ribaldi vennero gettati di sotto. Qualcuno gridò nella caduta, qualcuno rimase completamente muto, qualcuno tenne gli occhi aperti, qualcuno ci insultò prima di sfracellarsi nell’antro. Al momento della morte, ciascuno di noi ha un atteggiamento diverso per volgere a Satana l’estremo saluto. “ Saranno tutti defunti? “ Chiesi perplesso a Mitja. “ Fratello mio” si girò di sbieco “non ti stai mica infiacchendo?” “ No per niente!” Mi irrigidii.  “ Questi schifosi non ci daranno più fastidio” aggiunse Darko soddisfatto dal fondo del camion. Tornammo all’albergo senza più dire una parola. 

La mattina seguente mi svegliai di buon ora. Dalla finestra della camera notai le luci dell’alba dietro le colline d’Istria, e dall’altra parte un formicaio di persone che caricava sedie, stoviglie e cappotti sopra dei carretti trainati da muli. Alcune famiglie camminavano curve con il fagotto sulle spalle, dirigendosi nella direzione del porto, dove la nave li aspettava trepidante per l’imbarco. C’eravamo quasi ormai, Pola era nostra, pressoché svuotata dall’odiato elemento italico. I diecimila cantati dallo Stringari si stavano velocemente assottigliando. Eravamo entrati a Pola, Italia e saremmo usciti da Pola, Jugoslavia. Accesi una sigaretta e ci riflettei su, rimuginando per cinque minuti mentre mi grattavo la fronte. Ero felice per il successo dell’operazione, e sollevato per aver sgominato quel flebile tentativo di insurrezione con i forconi. Pusillanimi! Cinque riottosi! Dall’altra parte, tuttavia, si insinuava in me un sentimento mai provato, uno strisciante senso di colpa. Esisteva l’estrema urgenza di buttarli nel cratere senza prima giustiziarli, condannandoli ad atrocità inaudite? Peggio ancora: c’era veramente bisogno che morissero o bastava impartir loro una lezione? Mi arrovellai il cervello e alla fine decisi che era meglio così: le urla di quei giovani che cascavano mi rimbombavano nel cervello senza sosta, si trasformavano in latrati assordanti che mi gelavano il sangue nelle vene. Alzai il telefono di scatto e chiamai Belgrado, confermando a Bencic che la missione rimpatrio era compiuta e che ci rimuovessero dai confini della Repubblica. “ E gli italiani che sono rimasti? Si sono deliberatamente votati al socialismo?” Esitai un paio di secondi: “Certamente. Ne sono rimasti pochi. Tra questi una famiglia di albergatori della zona portuale, che si è votata anima e corpo nell’aiutarci a scovare i sediziosi fascisti annidati nei cunicoli della città. Chiedo che la loro attività venga salvata.” “ Sarà fatto, comandante. Ottimo lavoro. Tra un paio di giorni vi manderemo il distaccamento della V Armata Popolare a prelevarvi per riportarvi in centrale. Le aspetta un avanzamento di grado. Ne parleremo insieme con il maresciallo Tito.“

Clic della cornetta. Chiuso il contatto con la Serbia. Una goccia di sudore freddo mi cascò dalla fronte sull’alabastro dell’apparecchio. Non seppi mai se ebbi più terrore a mentire al comando o a mentire a me stesso. Avevo riflettuto sulla drastica necessità di fermare la spirale di violenza che noi stessi avevamo creato. Eravamo subentrati in un punto del cerchio dove l’odio si era espanso come una macchia in un lembo d’Europa di frontiera come tanti altri; solo qui tuttavia le differenze culturali, linguistiche ed etniche erano diventate in un secolo motivo di omicidio invece che di arricchimento. Forse con il mio piccolo gesto avrei invertito la rotta; sarebbe stata una goccia che avrebbe contribuito a dare alla Jugoslavia un dominio pacifico nei decennii. Sorrisi. Un fremito di godimento mi attraversò la spina dorsale al pensiero della medaglia che Tito mi avrebbe concesso. A soprammercato c’era la simpatia della famiglia Stringari, la bontà di Alice, la sofferenza del vecchio e l’innocenza di Mario. Meritavano anche loro una chance per ricominciare. Scesi pertanto di buon umore in cucina, dove trovai i commilitoni, sfiniti per la nottata. Notai subito l’assenza di qualcuno:  “ Dov’è Ivan Micich?” Chiesi, fingendo di non allarmarmi.

“ Dev’essere a letto con quella sgualdrina che pulisce le camere. Stanotte si è sbronzato di brutto al bar qui davanti. Probabilmente non se lo è neanche trovato nei pantaloni.” Mitja scoppiò a ridere, e dietro il resto del plotone. Ebbi un tuffo al cuore, il sospetto della catastrofe mi serpeggiava nelle budella.  “Che succede, comandante?” Mi chiese Kovac. “Tenete pronte le armi.” Caricai la pistola e salii le scale a tre a tre, più in fretta possibile. 

Il cuore mi pompava come una grancassa nel torace. Di colpo mi venne in mente il disperato giovane che avevamo ucciso, e che Ivan aveva riconosciuto. Era sicuramente Walter, il fratello della cameriera. I tre se la spassavano nella birra ogni sera. Se Ivan aveva bevuto, doveva aver spifferato tutto a a lei. Buttai giù la porta della sua camera e lo spettacolo fu tra i più nauseanti ai quali ebbi mai assistito. Il corpo di Ivan giaceva nudo sopra il letto, il collo interamente sgozzato; un fiotto di sangue rappreso incrostava il bianco delle lenzuola annerendole. Le palle degli occhi biancheggiavano fissandomi diabolicamente, senza vita. Il fringuello aveva confessato in preda al rimorso, e Antonietta l’aveva fatto fuori. Non ebbi neanche il tempo di riprendermi dallo spavento per elaborare un piano, che mi sentii puntare al collo la canna di una Beretta. “ Butti giù la pistola,

comandante. è finita per voi. “ La voce di Alice, nei giorni precedenti così soave, era diventata penetrante come un coltello. Mi voltai sconfitto.  “ Stanotte avete ucciso il fratello della mia donna delle pulizie. Il vostro uomo ha avuto l’imprudenza di parlare, e questo è il risultato. Ma c’è dell’altro. Avete sottovalutato l’insensibilità alla vendetta degli italiani. Venite con me. “ Salimmo insieme la scalinata che portava alla terrazza. Mi sporsi dal parapetto. Tutt’attorno all’hotel Roma stava schierata la milizia italiana, più di un centinaio di soldati irregolari nascosti chissà dove nelle cantine, usciti allo scoperto per eliminarci dopo la stupida rappresaglia della notte precedente. Occhio per occhio, dente per dente. Erano armati fino ai denti, inferociti per tutto il male che avevamo commesso. Non me la sarei cavata con una lavata di capo o qualche giorno di gattabuia. Mi avrebbero trucidato come un cane rabbioso. 

Avevo drammaticamente sottovalutato il numero e la capacità di imboscamento degli italiani. Ancora una volta, un errore di valutazione mi aveva tradito. Così come mi aveva tradito la fiducia che mano a mano avevo riposto negli Stringari. Le mani dietro la testa, la pistola di Alice puntata, calcolai la distanza tra il cornicione e la strada. Trenta, forse quaranta metri. Sarebbe stata morte certa, istantanea, travolgente come la bora di Trieste che picchia sulla faccia? O forse mi sarei rotto un osso, per essere poi barbaramente massacrato dagli italiani che aspettavano i miei brandelli? Ironia della sorte, era un salto simile a quello che sottoponemmo ai banditi la notte precedente. Forse avrei gridato, forse avrei imprecato, o forse sarei rimasto in silenzio, godendomi fino in fondo l’ultimo viaggio verso l’inferno. Dopotutto, ciascuno affronta la morte come meglio può.

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