Nelle limpide sere di fine estate, quando il sole si getta sul mare abbandonandosi all’antico letargo, dalla sommità di porta San Donato sulle mura di Lucca si è in grado di scorgere il placido riposo della Certosa di Farneta. La collana di celle tutte uguali dove i certosini salmodiano Vangeli si susseguono in lenta sequenza come le arnie lignee di un lungo alveare. I campanili di altezze diverse dialogano sgradevolmente tra il romanico al barocco, stagliandosi sull’orizzonte del bosco Monte Quiesa a distanza di un unico raggio di sole dalla civiltà. La sera, per rinfrescarsi, le civette planano sopra l’umidità del Serchio e atterrano sulle grate delle finestre della certosa. Come tutti gli anni, stanno per abbandonare l’estate europea per cercarla a meridione, verso vagheggiati tropici africani. Questo avviene ora, avveniva un tempo, ed avverrà per sempre.

   La notte tra il primo e il due settembre 1944, le civette non sono ancora partite ma non le vedi appollaiate sui cornicioni sopra il chiostro della certosa. Impaurite dal feroce sguardo umano, si nascondono altrove, sostituite da tre autocarri delle SS che, imbeccati da una delatoria soffiata, giungono per una missione dall’alto del Reich. I certosini hanno ritmi millenari: i movimenti flemmatici degli apostoli, che con pazienza portarono il Verbo di Gesù al di fuori della terra di Canaan, si alternano in loro ad una vocazione infaticabile volta al sostegno dei deboli. Lo fanno in silenzio, un silenzio che nell’anno più cruento della guerra si fa assordante.

   Basta il battito d’ali dell’ultima civetta di fine estate che fugge per incrinare il loro mutismo. Il calcio al portone del primo granatiere della SS-Panzergrenadier Reichsfurer Division interrompe la marcia ordinata dei padri che si stanno dirigendo in cappella per la recita del Mattutino. È il principio della notte tra il primo e il due settembre. Comincia il rastrellamento, i nazisti irrompono con le Mauser luccicanti e gli stivali sporchi di fango. Il motivo della visita di cortesia risiede nell’ospitalità concessa a partigiani, ebrei, rifugiati politici in transito verso sud, coadiuvati dalla rete clandestina di solidarietà a cui fa riferimento Gino Bartali, che da due anni nella canna della bicicletta porta lettere di saluto per conto dell’amico Cardinal Dalla Costa ai cari lontani, alle mogli in pensiero, ai capi di partito in esilio. Cinghia di trasmissione per i contatti tra Firenze e Lucca è Giorgio Nissim, ebreo, animatore della trama che ha come punto di riferimento interno Gabriele Maria Costa, procuratore della certosa ed unico uomo a poter uscire ed entrare senza sottostare ai dettami ecclesiastici. Gabriele è l’economo del monastero, colui che ha la piena consapevolezza delle attività al di fuori delle mura. Ma non ha intuìto la rete di spie che ha portato le SS a scoprire l’apparentemente sicura tana dei rifugiati.

   Il momento dell’irruzione non genera il panico nel chiostro: un tedesco in divisa nera sferra una batosta con il fucile ad un ebreo ashkenazita di nome Chlomo, ma il priore Martino Binz dalla testa del corteo si precipita, la barba ispida, la tonsura curata, a prestare soccorso. Minaccia agitando l’indice, lui che è svizzero alemanno, in tedesco alla guardia, che ha un sussulto e si tira indietro. L’odio arretra di fronte alla fede, ma solo fintanto che il tenente a capo del vile manipolo, un ragazzino dalla zazzera chiara e l’ uniforme più larga di due taglie, ordina la deportazione dei trenta monaci e degli ospiti nel parlatoio. Con le canne puntate alla schiena, vengono stretti come animali da macello, pigiati gli uni sugli altri, israeliti, spagnoli, greci, pelli diverse che hanno in comune solo i no eversivi alla croce uncinata. Gli avvertimenti di morte hanno l’odore acre delle stanze chiuse, ammuffite dall’aria umida che dal mare risale verso San Macario. Dei quattordici soldati semplici del Korp, quattro vengono selezionati per fare la spola notturna nella stanza. Osservano una massa informe di salme agitarsi per una notte intera, e nel mezzo a loro trenta arcangeli imperturbabili che li tranquillizzano con battute, parole socchiuse e motti di spirito. Nessuno riesce a dormire, quella notte. La fame comincia a sentirsi solo quando spunta il sole dalle cento chiese di Lucca che suonano ignare le campane della festa. L’elmetto ellittico sugli occhi, un sergente veterano entra nel parlatoio e ordina di svestire i monaci, defraudandoli della loro sacralità, per far indossar loro abiti civili. Ma anche lui si ferma un attimo, esita davanti a dodici di loro che stanno celebrando messa. Nella notte hanno ricostruito un altare traballante con assi di legno bagnate trovate qua e là e ora recitano la liturgia eucaristica, seguiti dal mormorio tormentato dei cristiani. Gli fanno corona i partigiani, che si sono inginocchiati prendendo i baschi in mano. Gli ebrei, con le kippà calcate sulla testa nel rispetto della Torah, non possono accettare il Figlio di Dio e rimangono pertanto caparbiamente in piedi; osservano Pio Egger, maestro dei Novizi, elargire il Corpo di Cristo: in fondo all’anima kasher anche loro ammirano questo striminzito giunco calvo consegnare il pane, un po’ per nutrire, un po’ per purificare; ne seguono il profilo dall’andatura nervosa che striscia in mezzo ai prigionieri.

   A dire messa non è Binz ma il suo secondo, il vescovo Bernardo Montes de Oca, venezuelano di Carosa. La pancia rotonda, le cicatrici addosso, ben nascoste dal saio, gli ricordano un passato di torture sotto il giogo di una dittatura feroce che perseguitava i Certosini. È venuto in Italia, accolto dai fratelli con il solo desiderio di pace e fratellanza, finendo suo malgrado tra le braccia del più brutale regime oppressore che la storia d’Europa abbia mai conosciuto. I nazisti lo considerano una spia americana e forse hanno seguito la sua pista per scovare l’attività di protezione della Certosa. Adesso interrompono il Salve Regina a metà, il sergente ne ha abbastanza e gli stracci da civili per i fratelli tosati sono pronti; la Messa finisce anzitempo e i certosini sono invitati a cambiarsi alla svelta, pungolati al collo con dei lunghi coltellacci. – Schnell! – urlano impazziti gli aguzzini con le svastiche cucite sulle maniche, il cui suono rimbalza sulle pareti gocciolanti del parlatorio ficcandosi nel cervello come una lama. Oltre alle pesanti borse sotto gli occhi dovute all’insonnia, i dodici monaci hanno in comune l’incrollabile fede in un Dio privato, affatto autoritario, dal quale ricevono il profondo sacramento di una taciturna solidarietà. Per il resto, portano nel cuore storie diverse, parlano lingue che non si comprendono. C’è un fratello laico che si chiama Rafael Cantero, i baffi spioventi, il carnato ocra e gli occhi tristi: proviene da Saragozza e otto anni prima era scampato ad un analogo assalto alla Certosa di Montalegre: questa volta erano stati i comunisti a piombare nel convento durante la guerra con Franco per prelevare i guerrilleros militaristi, ma vi avevano trovato solo i Certosini. Come se fosse destino loro, e di altri ordini mendicanti, di pagare il silenzio con un’ingiusta ammissione di colpevolezza. È lui il bastone morale dell’intero gruppo durante i tre giorni di degenza al parlatorio. Blandisce, ripara, conforta, chiede viveri ottenendo spesso calci in faccia, raramente qualche tozzo di pane. Nonostante tutto sono tre notti serene, dove osservando le stelle fare capolino alle finestre si può ancora sperare un anelito di libertà.

Ma la quarta mattina, dalla Certosa di Farneta partono tre autocarri sui quali vengono caricate tutte le persone, divise in tre gruppi. Il profumo della resina di pino si mescola al diesel dei mezzi, lasciando il muro dell’edificio sporco di fuliggine. Quel muro che i dodici non rivedranno mai più. Ne viene abbandonato soltanto uno, liberato nei boschi sulla strada per Stabbiano, con una benda sugli occhi e le mani legate. Si chiama Augustin Sztrillich, è un fratello ungherese che, come tutti i magiari che parlano una lingua che proviene dalle frattaglie della Terra, incomprensibile agli altri umani, mastica il tedesco come seconda lingua. A lui, la comunanza linguistica e qualche preghiera biascicata è bastata a garantirgli una salvifica commiserazione. Ad altri non servirà.

   Nel primo autocarro ritroviamo il padre maestro e il vescovo venezuelano, tenuti in disparte e squadrati come prigionieri speciali, considerati i leader della sedizione. In mezzo alla via delle Gavine, settembre si snoda indolente e permaloso tra le prime foglie che cadono a Piazzano, l’odore di funghi nel sottobosco di Fibbialla e i primi comignoli che si accendono, le coppie e i bimbi che si riscaldano al pensiero di un inverno gelido, a un passo tra gli armati e l’ignara natura. Faticano i carri a risalire la polvere verso il lontano Montemagno, in mezzo a pietre antichissime messe su dai primi uomini venuti al mondo, e che in quel preciso punto sono rimasti uguali ai sapiens primitivi: cercano da mangiare, fanno l’amore, amano i propri figli e muoiono, lasciando a loro l’incombenza della felicità. Tuttavia, i coloni della Val Freddana non contemplano la guerra; la frugalità non va d’accordo con le armi. Essendo un luogo buio ed umido, hanno sempre pensato che perfino Dio avesse scostato lo sguardo durante l’impastamento di quella terra. Per questo sgranano gli occhi quando discernono dietro le sbarre del carro i padri certosini, ritrosi, cocciuti sul rosario. Si fanno il segno della croce, chi può canta un salmo responsoriale, chi sa leggere prende in mano il Vangelo.

   Il motore si spegne solo davanti al frantoio di Nocchi, un’angusta frazione del comune di Camaiore. Le olive là dentro non si frangono più, l’olio è un bene di lusso in periodi dove il sangue sostituisce il nobile liquido giallo, denso e saporito come una boccata di vita. È mezzogiorno del due settembre, e nella stretta valle il sole si drizza sulla testa dei deportati, riscaldandone le membra spossate dal viaggio. Dura poco, la luce a Nocchi, non più di quattro ore al giorno anche durante l’estate. I gruppetti di case si arrampicano sfidando il bosco a braccio di ferro, il rosso dei mattoni si fonde con il verde delle foglie. Costa butta la faccia in alto, a voler cogliere tutto il calore possibile e anche di più. Quando vengono spinti a scendere, si stende in terra, prono; gli altri lo imitano, Egger, Binz, De Oca, i partigiani, gli eroi di guerra, i dissidenti politici, gli ebrei. Tutti insieme ostruiscono il passaggio all’ingresso del frantoio consci che per molti sarebbe stato l’ultimo luogo che avrebbero visto. È un bel da fare per la manovalanza tedesca del generale Max Simon sollevare i corpi inerti, tirarli su come sacchi di patate e concentrarli nell’oscurità del frantoio.

   Dentro c’è un ampio graticcio di tela che serve per far scolare la sansa alle olive: i nazisti vi ci buttano sopra i corpi volutamente abbandonati a se stessi. Solo quando chiudono il portone di ferro e il buio si fa imperatore, i monaci riorganizzano le prime forme di vita, aiutano gli anziani a rialzarsi, li mettono in un angolo dove filtra uno sprazzo di luce calda. Il priore ha nascosto nei calzari, unico indumento dell’ordine rimastogli, delle liste di pane azzimo che distribuisce ai più affamati. Nonostante lo spavento e a dispetto dell’aria malsana, la vita brulica intorno ai certosini che si accendono come fari nella notte. De Oca incita i partigiani a raccontare storie di sopravvissuti durante la guerra; Costa, che è studioso del Talmud e conosce l’ebraico, litiga con i fratelli sefarditi invitandoli ad abbandonare le ridicole norme kasher sui divieti alimentari:

  • Non vi si capisce, voialtri ebrei, siete un popolo liberale, magnanimo, e avete regole così ottuse! – Anche gli ebrei ci ridono sopra, capiscono che è difficile seguire l’Halakhà se non si è dentro il cerchio della tradizione.
  • Dopotutto, Chlomo gli risponde sorridendo che, – al contrario di voi gentili, noi studiamo la via più breve per raggiungere la Terra Promessa-.

Egger si occupa dei rifugiati politici, tra i quali ci sono alcuni spartachisti tedeschi che svociano sul tradimento di Hindenburg e sulle nefaste elezioni del ’33.

Tutta colpa dei socialdemocratici di Ebert- sbotta un ragazzo segaligno dall’aria saccente – se avessero sostenuto il popolo nella battaglia per il pane, non ci saremo trovati un pazzo al Reichstag.

Non dire idiozie, figliolo – lo rimprovera un uomo calvo sulla cinquantina, gli occhialetti fissi sul naso – nessuno poteva prevedere l’immensa barbarie che ha investito il nostro paese.

I tedeschi antinazisti si accapigliano ora contro le assurde e costose parate dell’esercito, deplorano il terrorismo con cui Hitler ha eliminato le opposizioni ed Egger non fa che annuire, fa loro domande, li incalza con risposte brevi e coordinate. È tutta una strategia, quella dei Certosini; ogni tanto si guardano di soppiatto per misurare il termometro dei rifugiati: più li tengono attivi, attaccati alle cose della vita, minori possibilità ci sono che si abbattano, che si lascino morire o, peggio, che confessino nomi di altri fratelli di sventura ai tedeschi.

   La prima notte va tutto bene, a parte il cibo che manca. Cantero, lo spagnolo, si arrampica come un gatto sopra la ruota del frantoio. Lì di solito ci rimane sempre, mezza assorbita dal legno, una scorza dura di olio. La trova, sorride e urla ai compagni. Gli lanciano un taglierino ben nascosto sotto la camicia di un socialista. Cantero scrosta tutto il ben di Dio come fosse un cercatore d’oro che ha trovato la vena giusta, lo raccoglie con le mani e salta giù dalla ruota acclamato come un eroe. Ce n’è un po’ per tutti, l’olio è buono, ancora fresco e nutriente. De Oca afferma che è meglio di quello venezuelano, strizzato dai seni turgidi di quattordici meretrici nelle campagne di Caracas. La gente ride, si espande l’allegria.

   Fuori la ronda dei piantoni con i fucili, dentro le barzellette di Egger sui montanari dell’Engadina, che non si capiscono perché raccontate in dialetto walser, ma fanno ridere ugualmente per lo stesso motivo. Qualcuno intona per sbaglio la Marsigliese, e tutti dietro a cantare in francese, emblema di un popolo diviso e oppresso come quello italiano del ’44. È un momento unico, una di quelle dieci notti che ogni uomo si ricorda per sempre della propria vita: comunisti, partigiani, ebrei, svizzeri, italiani, atei, cattolici che gracchiano allons enfants de la patrie. È già Europa unita.

   La mattina del tre la festa finisce, i sorrisi si spengono nel momento in cui dieci rifugiati, prelevati a caso da una conta beffarda, vengono presi dai graduati tedeschi e portati via con la forza. Un comunista di Hannover fa resistenza, grida qualcosa di offensivo ai danni di una guardia, che gli spara in testa senza pensarci su. Un gelo di morte si irradia nella stanza, il sangue si sostituisce all’olio, il rosso al verde. Il tenente prende a calci il soldato che ha sparato, ma non lo fa per carità, bensì perché ha sprecato una pallottola invece di usare un’arma da taglio. Alla Wermacht tutto è contato, dal rancio ai bottoni della giacca, ai colpi da sparare. I dieci vengono portati fuori: qualcuno piange, la maggior parte no, hanno gli occhi vitrei fissi nel vuoto. Un ebreo corrusco pensa sicuramente alla sua donna, la madre dei suoi figli, colei che rivedrà al Kippur eterno.

   Ai sopravvissuti viene data una minestra allungata con l’acqua, e chi ne versa anche un sorso in terra si becca una bastonata sulle ginocchia. Un vecchio polacco di Wroclaw male in arnese trema da sei anni, da quando i crucchi invasero il suo paese, uccisero i due figli che facevano resistenza sulla Vistola e cambiarono nome alla sua città, battezzandola Breslavia. “ Che nome di merda!” pensa il polacco agitandosi. Gli scivola il piatto di mano con un rumore metallico, e uno scavezzacollo subito gli sferra un bastone sulla gamba, facendolo urlare di dolore. Il panico si genera tra la folla, ma i certosini rimangono calmi e cercano di distanziare le persone, evitando che si urtino senza volerlo. Binz levantino vola a dare una mano ai vecchi, li abbevera. È lui ormai il capo riconosciuto di quella banda di condannati a morte. Il tenente lo squadra massaggiandosi la mascella. Dice qualcosa ad un sergente sottoposto, che annuisce. Binz finge di non accorgersi di avere gli occhi puntati addosso, ma sente il peso della malvagità addosso. Appena i tedeschi escono, predispone una confessione di massa, per preparare tutti loro all’incontro con Dio. Ha paura per se stesso, teme di non poter più confessare l’indomani e vuole togliersi il peso dal petto. Le ostie mancano, ma le lamine di olio raffermo vanno benissimo per sostituire il Corpo di Cristo in Comunione.

   La notte tra il tre e il quattro settembre le SS violano di nuovo il frantoio, questa volta puntando come previsto alle teste coronate: svegliano di soprassalto Martino Binz, Gabriele Costa e il vescovo De Oca, più altri trentadue elementi, soprattutto dissidenti politici, considerati pericolosi nemici del partito nazista. Quasi tutti parlano lingua tedesca, conservano nel DNA quanto meno le radici di una comunanza fonetica che fino ad allora era valsa come salvacondotto e che per Hitler aveva assunto il beffardo nome di Anschluss. Ma la buona sorte toccata ad August è terminata. Prima di distaccarsi per sempre, Binz sussurra ad Egger:

– Se ci chiederanno perché siamo morti, dì loro che lo abbiamo fatto per carità. –   

   Per la prima volta dalla prigionia, gli occhi di Egger si annebbiano di pianto nell’ascolto dell’epitaffio. Prima di lasciarsi colpire dalla nostalgia dei giorni felici, Binz gli viene strappato dall’abbraccio da soldato.

Nella strada in salita, faticosa, che mena a Poppeti, Costa osserva i grilli che parlano tra di loro comunicando in un linguaggio incomprensibile agli uomini. Peccato, pensa Gabriele, avrebbe potuto salvare decine di altri rifugiati, magari in fondo alla guerra gli avrebbero appiccicato una bella medaglia. Gli dispiace soprattutto di non rivedere più l’amico Bartali, quel sant’uomo in bicicletta, il naso adunco e gli occhi malinconici. Com’era bello pedalare con lui per le strade bianche fuori Firenze, nei borghi tra Calenzano, Sesto e Scandicci. Giocavano a guardie e ladri da ragazzi, facevano finta di essere Girardengo e Pollastri. Ma i tedeschi spezzano il sogno di Gabriele. Distruggono anche la nostalgia di De Oca per la propria terra, intenzionato a tornare a casa alla fine del conflitto. Annientano il coraggio imperturbabile di Binz, preoccupato ora di non esser riuscito ad assolvere i peccati di tutti gli uomini nel frantoio. I tre si stringono per mano, hanno condiviso tutto negli ultimi sette anni: dall’alluvione che li costrinse a ridipingere gli intonaci allo stupore preoccupato per il primo rifugiato ospitato.

   A conti fatti, per farla finita basta una mitragliata in mezzo ai boschi, che oltrepassa i corpi e scheggia le cortecce dei faggi, ferendole nella linfa. I nemici del nazismo caduti a terra non soddisfano ancora la sete violenta, che uccidono anche la natura, complice di aver assistito all’omicidio. Verde e rosso. I tedeschi fanno un falò di tutto, cadaveri e alberi, un unico orrido autodafé, lasciando a Pioppetti l’odore di morte nei mesi a seguire.

   Solo qualche anno dopo, i ricercatori del conflitto troveranno, dopo ore di scavi presso il bivio che porta a Panicale, le pagine di un breviario di preghiere in spagnolo, riconducendolo al corpo di De Oca; questi riceverà i funerali di stato nel 1950, osannato da migliaia di ispanici che gli volevano bene. Degli altri prigionieri del frantoio di Nocchi, la storia parla chiaro: gli autocarri ripartono verso nord, come tre schegge verso la sicurezza della linea gotica. Sono diretti verso il forte Malaspina di Massa, dove i massacri continueranno portandosi via altri dieci certosini, nell’eccidio che passerà agli annali come la strage delle Fosse del Frigido. Egger e il geniale Cantero verranno uccisì là, insieme ad altre decine di innocenti. La rivelazione del priore morirà in bocca al suo insensato dialetto svizzero.

   Ciò che resta nella Certosa è il silenzio distaccato di uomini calmi, professionisti della speranza, su cui non è mai stata fatta abbastanza luce. Ne hanno salvati comunque tanti, e il colore da cui proviene la mano che ti issa dal burrone non conta. Io ricordo questa mano, ogni anno il 25 aprile, con i miei compagni di Marignana, poco lontano da Nocchi, durante le celebrazioni per la guerra partigiana. Il sagrato della Chiesa di Maria Ausiliatrice è sempre stracolmo, segno oggettivo che le persone vogliono ricordare. Ogni anno racconti la stessa storia, mi dicono. Ma non importa, quello che conta è che la sappiano i bambini, i nuovi venuti al mondo, coloro che non sono ancora stati toccati dal male. Io, laico nel midollo, indosso la tonaca del parroco di Marignana, fingendomi un padre impaurito segregato in quel frantoio denso di bucce d’oliva. Recito la mia parte, e lo spavento nel momento degli spari credo abbia lo stesso sapore amaro di quello di Pioppetti. Quantomeno, i raggi di sole di fine aprile e di inizio settembre hanno l’identico calore sano, accogliente. Mi svesto. Il fulmine di Dio che mi colpisce sulla testa per il blasfemo travestimento non mi è ancora giunto. Ci riproverò l’anno prossimo.

   Tornano sempre, da quando la guerra è finita a questa parte, le civette alla Certosa di Farneta. Erano fuggite, in quel settembre del ’44, per non vedere i secolari abitanti, duri come le cortecce dei faggi, silenziosi come cani fedeli, portati via in malo modo. Dicono che le civette portino sfortuna, che siano uccelli del malaugurio: dai tempi della Repubblica Romana, la direzione del loro volo obliquo veniva interpretato dagli Aruspici quale segnale di sconfitta certa. Mi chiedo come possa un animale influire sulle decisioni dell’uomo; ciò può significare solo che l’uomo è troppo debole per incolpare se stesso dei propri delitti, e deve scaricarne la vergogna su qualcun altro o qualcos’altro. Le civette salgono da sud solo per rinfrescarsi al primo sole tiepido di primavera, planando sull’umidità del Serchio, oltre la piana di Lucca verso il mare. L’ombra che lasciano sull’acqua ha la vaga forma di un saio. È un’ombra di vita, e quando, dopo geometriche giravolte, atterrano sulle grate della certosa, capisco con certezza che se l’uomo continua a uccidersi gli animali sopravviveranno e che questo avviene ora, avveniva un tempo, ed avverrà per sempre.

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