Il semiologo ceco Karol Kerenyi nei suoi scritti filosofici abbatteva l’immagine stereotipata delle divinità e degli eroi greci quali attori di favole narrative per elevarli a rango di mito interiore, rappresentazione originaria di un’entità universale che coinvolge la coscienza collettiva e insieme proiezione sacralizzata delle ambizioni inconsce del sé. Oggi, i miti della contemporaneità si identificano con le donne e gli uomini di sport, protagonisti della battaglia tra la volontà di affermazione e i limiti insondabili del proprio corpo, campioni coraggiosi che affrontano gli elementi della natura per plasmarli e piegarli nel percorso interiore-esteriore. 

Risulta chiaro pertanto che un giovane atleta proveniente dalle campagne di Capezzano Pianore, laureato in scienze motorie e con una fiorente attività di personal trainer, si sia perfezionato con certosina meticolosità tecnica e forza nelle tre discipline che compongono la Half Ironman ( detta Ironman 70.3, 1,9 chilometri a nuoto, 90 chilometri in bicicletta, 21 chilometri a corsa) ergendosi a Nettuno nelle tempestose acque dell’Isola d’Elba, Mercurio tra le sconquassate strade dell’ovest, Mennea nel circuito cittadino di una Marina di Campo trasformata nel finale di settembre in un catino di acqua e vento. 

Sembra di respirare l’aria carica di terrore di New Orleans e l’uragano Katrina nel 2005, la prima mattina quando Gabriele Pardini entra in acqua per affrontare l’andirivieni marino, tra le boe che fluttuano come giunchi e la spuma che sbatte sulle rocce creando doppie e triple ondate di rinterzo addosso ai corpi fradici degli atleti. La sensazione è quella di remare dentro una lavatrice che spara la carne in migliaia di direzioni centrifughe. La bicicletta vede attraversare nell’umidità di un asfalto pericoloso un tracciato saliscendi degno delle grandi classiche del nord, passando per località turistiche del bagnasciuga elbano come Procchio, Marciana, Pomonte e Fetovaia, vestite a feste per l’occasione ma fradice del primo grigio zuppo dell’autunno. Il sole è un debole ricordo dell’estate, gli ombrelloni sono chiusi e gli esercenti contano il danaro che dovrà bastare fino al prossimo giugno. Gabriele vede davanti a sé scivolare fior di atleti, basta una pozza d’acqua, un grumo di sabbia e si ruzzola a terra rischiando sbucciature ed ossa rotte. Fondamentale è controllare il manubrio, affrontare le discese con cautela mentre il grecale leviga la muscolatura e trasforma la salsedine in sudore.

La corsa vorrebbe essere un trionfo delle stracittadine di mare, cartolina fascinosa dove lo sguardo si poserebbe sugli scorci tirrenici del sud-ovest elbano: ma ventun chilometri sui piedi dopo novanta sui pedali rischiano di essere un’agonia senza soluzione di continuità, dove resistono veramente i più resilienti, coloro che fanno tutt’uno tra concentrazione e forza fisica. Basta distrarsi un attimo per calare la prestazione, e quando arriva al traguardo Pardini stacca la spina per ritrovarsi, stordito, a sua insaputa nella prima metà della classifica, con poco meno di quattrocento pettorali giunti a destinazione su ben milletrecento iscritti alla competizione. Il volto è una maschera di sofferenza, gli occhi vuoti di chi ha scrutato e abbattuto l’idra di Lerna e un atteggiamento patibolare che erompe come magma dal dolore. Come a voler dimostrare che nelle ironman il ferro lo devi avere sia nelle gambe che nella testa. Se ci aggiungi il maltempo, il freddo quasi autunnale, la ricetta per l’inferno è servita. 

“ Sono molto contento della prestazione ottenuta con la casacca di FDM Triathlon” afferma Gabriele dopo essersi ripreso a fine gara “ era la prima volta che affrontavo una tipologia di evento così dura e inserirsi nella prima parte della classifica è un risultato insperato. Sarei stato già molto soddisfatto a chiudere il percorso senza farmi male. Oggi è un giorno importante per me e voglio ringraziare il consiglio di squadra, i miei compagni e soprattutto Luca Bonuccelli e Samanta Ciafro, due colleghi e amici che si allenano con me che mi hanno accompagnato questi tre giorni estenuanti verso la 70.3. Senza il loro supporto morale e materiale non avrei avuto la mentalità serena di affrontare il percorso a testa alta.” 

L’affiatamento tra compagni di squadra a tutti i livelli conta moltissimo. Domenica prossima il trio sarà impegnato in una staffetta di nuoto in provincia di Savona: Luca, Gabriele e Samanta affronteranno l’iracondo mare ligure in un tag team swim al cardiopalma.

Dove può portare l’agonismo di un essere umano, la volontà di superare i propri limiti fisici e psicologici? Il dott. Pardini punta già al bersaglio grosso, la regina delle competizioni chiamata Ironman, la quale raddoppia il chilometraggio per le tre discipline. Nuoto, bicicletta e running diventano così il trinomio simbolico corrispondente a forza, equilibrio e resistenza, forca a tre punte di un tritone nato sui campi coltivati a baccelli di Capezzano ma nutrito e allevato tra i cavalloni di mare da Nettuno in persona. Perché, se nell’antichità i rapsodi vagavano per le corti dell’Acaia recitando a memoria le imprese degli eroi omerici incantando i re, ancora oggi abbiamo bisogno di miti da idolatrare, uomini e donne che hanno alzato l’asticella dimostrando al mondo ( ma prima di tutto a se stessi) che si è in grado di fare cose che neanche ci si sognava da realizzare. In questo senso, Gabriele Pardini è un esempio per tutti coloro che non hanno mai smesso di credere nel fuoco interiore del proprio demone. 

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