Nel settembre 2017 la città di Bergen, con i suoi tetti di legno spioventi, le facciate smaltate di infiniti colori pastello e la vegetazione che inonda le strade acciottolate serpeggianti tra gli edifici, ha fatto da cornice a una delle volate più inaudite della storia del ciclismo: lo slovacco Peter Sagan vinse per pochi centimetri su Krystof, mettendo la parola fine a una battaglia tra una ventina di uomini che rievocava le lotte cinquecentesche tra tedeschi e norvegesi nel porto di Bryggen, quando la città dei fiordi faceva parte della Lega Anseatica diventando di fatto il maggior porto commerciale ittico dell’Europa del Nord. 

La corsa di Matteo del Mancino somiglia molto alla muscolarità erculea del numero uno del ciclismo mondiale, e la volata magistralmente eseguita sulla riviera toscana ha ricalcato una serie di manovre capolavoro eseguite dal re di Zilina in Norvegia: la potenza nelle gambe è un fatto incontrovertibile nel ciclista camaiorese, che arriva a trentaquattro anni con una massa fisica da ventenne associata a una struttura portante che lo avrebbe condotto ai vertici delle classifiche di qualsiasi sport. Ma la forza non basta: quello che conta in volata sono le caratteristiche di precisione e destrezza e Del Mancino ne ha da vendere, sguizzando fuori dall’asfalto di Marina di Massa come un pesce saltafango e bruciando gli avversari con una falcata lunga ostacolata dal primo vento freddo d’autunno contro il sole di ottobre che si fa lucente come le ruote scintillanti della sua bicicletta. Matteo spennella la strada come Rubens sulla tela.

La prova apuana si è svolta su un circuito di otto chilometri da ripetere nove volte. Le medie sono state molto alte e la volata a ranghi compatti di trecento metri ha toccato la velocità massima di 66,5 km/h. Il brivido dello sprint si associa in questi momenti al rischio della caduta, essendo i corridori a queste velocità schegge umane sparate da un fucile da cecchino contro il traguardo. Ma l’intenzione di vincere di Matteo e di issarsi in testa alla classifica era troppa, lui che è sempre stato abituato a sgomitare fin da quando era infante agonista. E rialzarsi dopo una caduta della vita è la cifra morale e di riscatto di un ragazzo che pedala da quando ha otto anni e che a diciotto, dopo aver conquistato una quarantina di vittorie nelle categorie giovanili (fra cui titoli toscani e qualificazioni alle Nazionali) cade in corsa rompendosi un ginocchio e una spalla. 

Sembra la fine di una carriera interrotta bruscamente mentre era in rapida ascesa, ma l’amore per lo sport riemerge prepotente a ventuno anni riavvicinandolo all’amata due ruote: viene ingaggiato dal Team Speedy Bike dell’intramontabile Massimo Barsottelli, dove ricomincia a vincere le sue corse dell’anima, quelle volate che sbiadiscono il paesaggio, affogano il rammarico nell’acido lattico e proiettano il cuore verso l’Olimpo del successo. 

Oggi Matteo vanta un palmarès di tutto rispetto con un centinaio di vittorie su strada, tra cui due Criterium Italiani, una cronometro a squadre, due campionati europei e l’ambìto titolo di campione italiano 2021 ad Altopascio. Una storia sportiva plasmata dal riscossa, quella di un ragazzo che ha lottato nella vita familiare e sportiva per lasciare il segno e incidere sull’asfalto un ricordo di sé che è inafferrabile come la rapidità della Scott che imbraccia come un bimbo fa con giocattolo. Ma è anche la storia di umiltà di un atleta legato ai colori della squadra e all’affetto dei compagni: oggi corre per la società ciclistica di Villafranca in Lunigiana, ma il prossimo anno si reinserirà in piena lacrima amarcord nel Team Speedy Bike, dove ritroverà gli amici di una vita e i compagni con cui ha faticato e lottato negli anni scorsi. Sì, perché nel ciclismo il gregariato conta quanto vincere una tappa e accaparrarsi la foto del giornalista e la prima di copertina: come nella vita, Matteo si spende anima e corpo portando i compagni in fuga, e si sa che una volta può andar bene e quella dopo finir male. Ma quando si combatte per un obiettivo comune, non c’è sofferenza che spacca le gambe ma un unico desiderio di festeggiare insieme. 

” Sono molto contento di questa vittoria:” ha affermato Del Mancino a fine corsa, che appare fresco come chi si è appena alzato dal letto e ancora deve cimentarsi nell’impresa ” la dedico a mia moglie che mi segue passo passo in ogni tappa e che mi accompagna quotidianamente negli stancanti allenamenti che mi impongo. Avere un’atleta di qualità accanto e non solo una compagna è un valore aggiunto che non tutti i ciclisti possono vantare.”

Per Matteo rimane l’ultima sfida di sabato prossimo, dove il tour massese arriverà alla conclusione con una quarta prova al cardiopalma. Il ciclista come sempre si preparerà con una ricetta che in vent’anni di ciclismo gli ha tolto le soddisfazioni più grandi: un robusto allenamento, la concentrazione spietata che si legge nel volto contratto spruzzato di terra, la voglia di vincere non per sé ma per l’amore della squadra, dei compagni e di chi nella vita gli vuole bene e l’ha incoraggiato nei momenti sconfortanti. Perché il campione vero è quello che impara a nuotare nuotare in acque agitate e a sorridere scrollandosi dalle spalle il dramma che lo affligge. 

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